Dall’autobiografia di Altiero Spinelli “Come ho tentato di diventare saggio”

Ventotene 1939–1943 pag. 265–267

Assieme a questi pastori, fieri come principi e primitivi come selvaggi, per i quali il pasto fondamentale era sempre stato pane e formaggio, e la modesta vita di Ventotene appariva quasi sontuosa, c’erano una diecina di intellettuali che avevano studiato nelle più famose università d’Europa, parlavano tre o quattro lingue oltre le loro due ed erano stati confinati per aver tentato di organizzare una resistenza nazionale. Costoro stabilirono senza alcuna difficoltà buoni rapporti con i prigionieri italiani, sviluppando relazioni politicamente preferenziali, chi con i comunisti, chi con i giellisti, uno, Lazar Fundo, con me.
Di Fundo sento il dovere di parlare qui, perché (…) siamo stati amici per un paio di anni, e vorrei perciò aiutarlo acché il ricordo di lui non svanisca del tutto.
Era il più autorevole fra tutti gli albanesi, poiché aveva un’esperienza politica lunga e complessa, che mancava non solo ai pastori musulmani, ma anche agli intellettuali, i quali erano stati attratti solo di recente nella politica spinti dalla loro avversione per l’invasore fascista. Fundo era diventato comunista a Parigi durante i suoi studi universitari. Poiché alla sua fede si aggiungevano l’intelligenza e la conoscenza di non poche lingue, il suo impegno politico era andato oltre l’Albania, e quando Dimitrov era stato arrestato dopo l’incendio del Reichstag, Fundo era a Berlino come uno dei suoi collaboratori. Sfuggito all’arresto era rientrato a Mosca ove lavorava nell’Internazionale. Quando si aprì l’era delle grandi purghe, lui, fedele comunista, ma educato nell’atmosfera culturale libera dei paesi democratici e intellettualmente curioso, avendo frequentato non pochi degli oppositori di Stalin ed avendo provato una tal quale coperta simpatia per loro, fu sottoposto a lunghi e spossanti interrogatori da parte di una commissione della cistka del Comintern. Sentii ripetere da lui, ma con implicazioni ben più drammatiche, quel che mi aveva già raccontato Nischio a Ponza.
Vedeva come misteriosamente sparivano intorno a lui questo e quel compagno, comprese il pericolo che stava correndo e tenacemente negò sempre tutto quel che i suoi inquisitori insistevano a volergli fare ammettere, di aver cioè espresso il tale o tale proposito alla tale o tal altra persona. «In parte – egli mi raccontava – quel che mi attribuivano era inventato di sana pianta, ma in parte era vero: questa o quella cosa l’avevo detta. Io negavo sempre tutto, avendo comprese che non avevano nulla di preciso in mano e che senza la prova delle prove, costituita dalla mia confessione, non avrebbero potuto procedere contro di me. La pressione degli uomini della cistka era tale, il vuoto intorno a me cre­sceva tanto, che più d’una volta fui tentato di confessare tutta quel che mi chiedevano, vero o falso che fosse, e farla finita con la tortura psicologica cui ero sottoposto. Non ho ceduto, solo perché due o ne compagni balcanici che mi erano rimasti nascostamente amici mi esortavano a non mollare. Se avessi ceduto, mi dicevano, non mi avrebbero lasciato in pace, ma sarei stato adoperato per rovinare altri compagni e tutti loro sarebbero a catena caduti».
Poiché seppe continuare a negare, l’inchiesta su di lui fu lasciata cadere. Tornò al lavoro nell’Internazionale, ma non più con gli incarichi che nel passato lo portavano di tanto in tanto all’estero. Per sua fortuna, Dimitrov divenuto ora presidente dell’Internazionale, non aveva dimenticato il suo collaboratore di Berlino, gli dette incarichi man mano più importanti per mettere alla prova la sua fedeltà, e un giorno gli disse che ormai egli aveva riottenuto la fiducia del partito e sarebbe stato incaricato di una nuova missione in Europa. Alla prima stazione polacca, Fundo mandò un lungo telegramma a Parigi nel quale spiegava come e perché rompeva ogni suo rapporto con l’Internazionale. Quando le truppe fasciste invasero l’Albania, si precipitò da Parigi a Tirana, con un gruppo di connazionali ma fu arrestato al momento stesso del suo arrivo in patria.
A Ventotene si era avvicinato in modo naturale agli ex‑comunisti, ai giellisti ed ai socialisti con i quali parlava sovente della perversione del regime di Stalin. Oppure passeggiava snello, dritto, bello con capelli biondi al vento, mormorando a bassa voce le parole di Platone che stava leggendo in greco, cercando presso i saggi antichi la serenità d’animo che il fallimento della sua esperienza comunista gli aveva tolta, e che non trovava da nessuna parte altrove.
Quando l’URSS fu aggredita dai nazisti lasciò cadere ogni critica passata, ogni maledizione da lui lanciata contro l’antica divinità, e gli sembrò quasi che si stesse manifestando un miracolo purificatore.
Dissoltosi dopo l’8 settembre a Pisticci l’ultimo nucleo dei confinati di Ventotene non liberato da Badoglio, Lazar Fundo raggiunse la costa pugliese, passò in Albania, si presentò ai partigiani comunisti dichiarando loro chi era e che veniva a combattere con loro, fu da loro messo al muro e fucilato. Doveva avere sì e no quarant’anni. Voglio sperare che oltre me ci sia qualche albanese sparso per il mondo a ricordarlo.