Un référendum européen pour la Constitution européenne.
Problèmes juridiques et politiques

Venerdí 9 febbraio 2007
villa Schifanoia - Firenze

Programma

 

Resoconto del seminario

Scrivo alcune note sull’esito del seminario organizzato lo scorso 9 febbraio presso il Robert Schuman Center dell’Istituto Universitario Europeo, insieme al MFE e all’ufficio di Roma della Commissione europea. Tutti i relatori previsti dal programma erano presenti. Nella sala Europa di Villa Schifanoia il pubblico, limitato a circa 40 persone, era composto da una rappresentanza dell’UEF-MFE e della JEF, il presidente dell’IUE con alcuni docenti, studenti dell’IUE e dell’università fiorentina, l’assistente della commissaria Danuta Hubner, un membro del gabinetto della vicepresidente Margot Wallstrom, alcuni funzionari della Commissione e del PE, un rappresentante del ministero per gli affari europei del governo polacco. I lavori sono stati interessanti ed esaustivi a giudicare dalle reazioni positive dei partecipanti e dalla decisione di pubblicarne gli atti (in tempi da definire). Il seminario ha trattato il tema del referendum europeo non in termini astratti, ovvero l’eventaule inserimento nei trattati, ma più concreti contemplando il ricorso all’istituto di demcrazia diretta come un possibile strumento per risolvere la crisi dell’Unione entro le elezioni europee del giugno 2009. Riporto una sintesi delle conclusioni del seminario (rivista anche da Paolo Ponzano). Il colloquio ha concluso che nuovi referendum nazionali su un testo di Trattato costituzionale sono inevitabili in alcuni paesi per ragioni giuridiche (IRL) o politiche (DK) dal momento in cui vi sono nuovi transfert di competenze all’UE. Inoltre, alcuni governi hanno preso impegni politici nei confronti dei loro elettori che sarà difficile non rispettare. Lo stato delle discussioni su un testo di Trattato – di cui il Segretario di Stato tedesco ha dato alcune informazioni (cfr. più avanti) – porta alla conclusione che sarà difficile evitare nuovi referendum nazionali. Inoltre, questi referendum nazionali sarebbero poco democratici nella misura in cui: 1) una larga parte dell’elettorato si pronunciasse su dinamiche nazionali e non sulla sostanza del testo europeo; 2) un eventuale esito negativo farebbe subire la responsabilità della sconfitta a una eventuale maggioranza della popolazione europea. In questo contesto i partecipanti hanno esaminato le basi giuridiche che permettano un eventuale referendum europeo per concludere che la base più solida, cioè l’art 22 TCE, richiederebbe non solo una decisone del Consiglio all’unanimità su proposta della Commissione, ma pure una ratifica da  realizzare in tempo utile per le elezioni del giugno 2009. Di conseguenza i partecipanti hanno ritenuto più realistica la prospettiva di referendum nazionali coordinati a livello europeo. Una eventuale soluzione in questo senso richiederebbe una “decisione” degli Stati membri riuniti all’interno del Consiglio europeo comportante successivamente degli atti legislativi o di regolamentazione nazionali (soprattutto nei paesi come la Germania dove la maggior parte della dottrina considera necessaria una legge di revisione costituzionale). Questa eventuale “decisione” dovrebbe limitarsi ad “armonizzare” la data della consultazione (per es. la settimana delle elezioni al PE) e anche la forma del quesito posto agli elettori, lasciando tutto il resto alle legislazioni nazionali. Nel caso in cui la prospettiva di una consultazione popolare coordinata in tutti gli Stati membri risultasse impraticabile (nella misura in cui la “decisione” del Consiglio europeo comporti l’unanimità), si potrebbe pensare di decidere di tenere referendum nazionali coordinati nei soli Stati membri in cui tali referendum dovrebbero tenersi per ragioni giuridiche o politiche.

In merito all’intervento di Peter Altmaier credo sia opportuno precisare quanto sia stato prezioso il suo contributo, anche se breve (circa 15 min) poichè dopo due ore è rientrato a Berlino. Con la sua presenza ha voluto mostrare un interesse da parte della presidenza tedesca per il tema trattato. Pur dichiarando che nel governo tedesco non c’è ancora un vero dibattito sul referendum europeo ha riconosciuto come, in pochi mesi, sia cresciuta un’attenzione trasversale intorno alla proposta. In qualità di presidente di Europa Union ha sostenuto apertamente la campagna di raccolta firme il cui lancio è previsto per metà marzo. In merito alle trattative diplomatiche ha ribadito che i governi stanno lavorando su una revisione del testo (firmato a Roma il 29 ottobre 2004) cercando un consenso da sancire eventualmente in un Protocollo di emendamenti allegato. La riuscita di questa iniziativa intergovenativa è incerta e la proposta di un referendum europeo acquisterebbe credito in caso di fallimento. Intanto, secondo Altmaier, una simile richiesta avrebbe il merito di indebolire il fronte di quanti vorrebero rimanere con i trattati attuali o cercano un compromesso al ribasso. Le conclusioni del seminario, sopra tracciate, mostrano come sia stato recepito l’invito a cosiderare la valenza politica (e non di dottrina) dell’idea sulla quale la classe dirigente europea è chiamata a confrontarsi. E spetta soprattutto a noi federalisti farla incontrare con il più vasto sostegno dei cittadini.

Il messaggio dopo l’incontro del 9 febbraio è chiaro: un referendum europeo è (ancora più) possibile!

Cordiali saluti,
Samuele Pii